I Beni culturali allo sfascio

Lanciamo l’allarme dei beni culturali

Giovanna Melandri risponde a Stefano Milani

Nel 2001, quando uscì dal portone dei beni culturali senza più la giacca da ministro perché il governo era passato a Berlusconi, lasciava un paese molto diverso, un mondo della cultura, con problemi, certo, ma non sfibrato e sfiduciato com’è oggi. Giovanna Melandri riprende tra le mani un filo mai – garantisce – spezzato: Dario Franceschini le ha affidato il compito di rilanciare un’azione politica culturale del Pd. E lei entra in gioco in una settimana movimentata dal caso Settis: il professore, da altri, si è dimesso da presidente del Consiglio superiore dei beni culturali perché dissente dalle strategie del governo e rivendica il diritto di poterlo dire pubblicamente. La deputata parte da qui mentre organizza via telefono dal suo ufficio un passaggio per la figlia in un angolo di Roma e premette: «prima voglio ringraziare per quanto ha fatto l’ex ministro ombra Cerami».
Partiamo però dal caso Settis guardando a chi vota a sinistra, o centro sinistra: tra custodi dei musei, funzionari, precari e professori c’è la sensazione che tutto ciò sia avvenuto anche perché non c’è stata una vera opposizione. Tanti si sentono «orfani».

«Lo so ma non è affatto così. Intanto il nostro primo compito è dire no ai tagli alla cultura. Siamo in una crisi e ci sono vincoli di bilancio, però molti paesi rispondono investendo nella scuola, nei saperi, nell’università. Obama ha presentato un piano di rilancio di 780 milioni di dollari usando poche parole: scienza, scienza, scienza, cultura, cultura, cultura…»

La crisi è pesante, esiste.

«Sì, ma i paladini dell’antistatalismo, del liberismo più sfrenato, ora invocano l’intervento dello Stato. Noi abbiamo sempre difeso l’idea dell’intervento pubblico per i beni pubblici».

Per Settis lo Stato sta abdicando al suo dovere di salvaguardare l’arte.

«Ho parlato da poco con il professore, ci vedremo, penso a un appuntamento pubblico. Lui ha tutte le ragioni del mondo nel denunciare il depauperamento delle risorse, disinvestimenti, la mortificazione del ministero che ha funzionari straordinari; ha ragione quando denuncia che ricorrere a un commissario per le aree archeologiche di Roma e Ostia non è una soluzione ed esautora la soprintendenza, ne impoverisce le professionalità. Per inciso, l’ultimo concorso per 10 dirigenti di soprintendenze giunto a conclusione lo feci bandire io nel ’99: era poco, non bastò, dopo…»

Per Bondi la sinistra è conservatrice, non vuole cambiare niente.

«Non è vero. Non siamo affatto per una visione solo contemplativa del patrimonio culturale, tuttavia per valorizzare un luogo d’arte va prima di tutto rispettata la tutela e non mi pare che sia, nei fatti, al primo punto della sua agenda. Si può aprire ad alcune competenze manageriali e gestionali – come sinistra abbiamo fatto dei tentativi – senza confonderle con la tutela e senza abbracciare una visione mercantilistica come invece succede ora. Se un manager affianca, ripeto, affianca, chi ha compiti di tutela va bene, altrimenti no».

E con quali proposte si esce da questa che sembra una strada già decisa.

«Innanzi tutto dovremo rimettere il tema nel cuore del dibattito politico, lanciare l’allarme sui beni culturali. Su come valorizzare la cultura ebbi discussioni, civilissime, non sempre concordi, proprio con Settis. Su un punto non si può transigere: non possiamo pensare a un rientro economico diretto dalla cultura la quale genera invece ricchezza spirituale, civile e anche occupazionale. Sono convinta che un pezzo della risposta italiana alla crisi stia proprio in questo
campo».

E qui entra in gioco quanto ha scritto Baricco su Repubblica: di fronte a fenomeni come il Grande Fratello lo Stato investa in scuola e nella cultura in tv, mentre teatro, musica e altro sarebbero a suo parere succhia-soldi senza più soffio vitale, per cui decida il mercato chi sopravvive e chi no.

«Concordo quando lui dice che bisogna allargare il perimetro della domanda culturale e che ci sono effetti collaterali indesiderati nel meccanismo con cui lo Stato eroga i soldi. Qui però finisce il consenso. Lo scrittore colpisce il bersaglio sbagliato. Ricordo le proporzioni: la Rai solo con il canone incamera 1,5 miliardi di euro l’anno ed è ora che il servizio pubblico faccia davvero il servizio pubblico senza omologarsi alla tv commerciale. Nel frattempo il Fondo unico per lo spettacolo, che nel 2001 portammo al suo massimo storico di 510 milioni di euro, ora è sceso a
circa 380. Va razionalizzato? Certo, ci provammo già noi. Si potrebbe dare la certezza di fondi per tre anni premiando chi punta sulla formazione dei giovani e di un nuovo pubblico. Invece l’attuale maggioranza vuole smantellare le risorse pubbliche per lo spettacolo dal vivo quando anche fare un referendum in un giorno diverso dalle elezioni europee costa di più. Chiarisco: ci sono attività culturali che il mercato non sostiene e vanno considerate beni pubblici a tutti gli effetti».

Perché sostenere la cultura con soldi pubblici?

«Perché è l’espressione creativa e culturale dell’uomo. Il sostegno non deve necessariamente passare attraverso il trasferimento di risorse pubbliche: per l’industria culturale si possono pensare forme di defiscalizzazione».

Si sente dire a sinistra: ma il centro sinistra al governo cosa ha fatto?

«Dal 2001 a oggi abbiamo governato per poco più di un anno e mezzo e con una maggioranza stretta fra spinte opposte. È stata una legislatura troppo breve per recuperare i 5 devastanti anni dal 2001 al 2006. Voglio ricordare invece che nel 1998-2001 lottai per inserire il ministro dei beni culturali nel comitato interministeriale per la programmazione economica, il Cipe, che gestisce risorse strutturali. Quindi Bondi, se vuole, può contare».

Come controbatterete?

«Prima di tutto con l’azione in parlamento. Fare una battaglia per ripristinare le risorse. Raccoglieremo idee, suggerimenti, bisogna ripensare a come funziona lo spettacolo dal vivo, serrare le fila, rielaborare strategie. Una missione complicata, non lo nego, ma non impossibile».

fonte Intervista a Giovanna Melandri. Stefano Milani – l’Unità – 1 marzo 2009

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