pret a porter

In questo particolarissimo 2020, quest’oggi Domenica 18 ottobre alle ore 12,00 la Galleria Studio CiCo inaugura una mostra Collettiva Internazionale dal titolo ” pret a porter” dove saranno esposte opere inedite di artisti provenienti da 3 continenti, eseguite nell’ultimo periodo del loro percorso artistico. La mostra sarà presentata dal critico d’ arte dott.ssa Mara Ferloni e curata da Cinzia Cotellessa e Giuseppe Zumbolo. Gli Artisti che esporranno a pret a porter sono: Arman, Angelucci, Bacci, Bosio, Brancia, Brunetti, Calza, Camilleri, Corbut, Cremonesi, Dal Bo, De Ponti, Francesconi, Frati, Florio Hacker, Fusar, Pol, Khasiev, Lera, Mart, Nanì, Ogliari, Orazi, Premoli, Romanello, Roro, Tavcar, Uber, Veronese, Vulcanes, Zumbolo.

Presenterà la mostra il critico d’arte dottoressa Mara Ferloni. 30 sono gli artisti provenienti da Russia, Argentina, Usa ed Europa che presenteranno opere inedite e recentissime di piccolo formato; le opere, se pure attraverso le tecniche più svariate e gli argomenti più variegati, hanno come filo conduttore in comune il formato 30×30 cm: un indirizzo compositivo ristretto in una visuale ritmica che ne uniforma il contenuto.

Questa collettiva ha l’intento di aprire virtualmente una finestra sul mondo dell’Arte contemporanea.
Ogni Artista attraverso forme, colori e spessori, ombre e luci riesce, con il suo linguaggio personale, a raggiungere l’intimo di ogni visitatore. Gli Artisti, sempre cronisti del loro periodo storico, in questo così particolare momento della vita dell’uomo sulla terra, hanno creato delle opere non necessariamente legate al tema condiviso del Corona Virus, ma hanno messo su carta, tela, legno, forex e alluminio il loro animo, la loro gioia, il loro dolore, i sogni e la loro energia. La possibilità di esprimere l’inconscio e comunicare attraverso le immagini favorisce chi delle immagini si serve per trasmettere emozioni. Un poeta dovrà tradurre in parole ciò che emerge dal suo inconscio sottoforma di immagini. In tal senso le arti visive sono avvantaggiate rispetto alle altre arti.

Quindi, sfruttando tale caratteristica, la Collettiva pret a porter si presenta come una sequenza di fotogrammi apparentemente slegati, ma in realtà appartenenti all’unico cortometraggio di emozioni generate da un medesimo universale senso di sbigottimento mondiale. E allora si alternano sentimenti di speranza, fughe simboliche, metafore e segni dalle molteplici interpretazioni, segni di un tempo complesso e condiviso in cui ognuno di noi, anche attraverso l’Arte, ricerca futuri e soluzioni possibili: i rifugi in cui annichilirsi o immagini attraverso le quali condividere la propria personale posizione rispetto al presente. Anche la presenza di più tecniche e dei molti materiali utilizzati indirizza il fruitore nei vari mondi interpretativi che garantiscono una mostra di gran respiro.

L’interessante altalenare di mondi, culture e tecniche diverse ci conducono ad un unico obiettivo: l’emozione.

L’Arte non si ferma nemmeno oggi. Questa mostra ne è la prova.

Bertozzi & Casoni in mostra a Pietrasanta con “Il tempo” della scultura

I due grandi maestri della ceramica espongono 19 opere nel chiostro e chiesa di Sant’Agostino dal 17 ottobre – vernissage ore 18 – al 7 febbraio 2021.

Da sabato 17 ottobre – vernissage alle ore 18 – al 7 febbraio 2021 la chiesa e il chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta (Lu) ospitano la mostra dal titolo “Bertozzi & Casoni. Tempo” curata da Mauro Daniele Lucchesi e Alessandro Romanini, e promossa dal Comune di Pietrasanta in collaborazione con l’Associazione Quattro Coronati.

Bertozzi e Casoni sono un sodalizio artistico fondato ad Imola nel 1980 da Giampaolo Bertozzi (Borgo Tossignano, Bologna, 1957) e Stefano Dal Monte Casoni (Lugo di Romagna, Ravenna, 1961). Due grandi e consacrati maestri della scultura in ceramica, apprezzati dalla critica con mostre nei più grandi musei nazionali e internazionali tra i quali: Tate Liverpool, Museo Morandi di Bologna, Meşher di Istanbul, Villa Reale di Monza, Museo delle Arti di Catanzaro e due edizioni della Biennale di Venezia. Inoltre hanno partecipato quest’anno al Festival della Filosofia di Modena presentando al Museo Bertozzi & Casoni di Sassuolo l’opera “Quinta Stagione”, un ritratto che rappresenta la stagione della contemporaneità. Le diciannove opere, ospitate negli spazi della chiesa e nel chiostro di Sant’Agostino, scandiscono un percorso antologico nell’articolata opera dei due artisti che, nel corso della loro carriera artistica, hanno saputo conferire alla ceramica una pari dignità rispetto agli altri mezzi espressivi dell’arte contemporanea tale da farla entrare di diritto nel panorama delle arti maggiori.

Nelle loro opere Bertozzi e Casoni riproducono con straordinaria abilità tecnica oggetti di uso comune usati e poi abbandonati (bidoni per l’olio combustibile, cestini dei rifiuti, “sparecchia ture”, scatole di detersivo), ai quali aggiungono animali bellissimi (pappagalli colorati, rosse coccinelle, camaleonti, iguane). Nel segno di questa ricerca artistica, Bertozzi e Casoni hanno progettato per Pietrasanta un allestimento specifico, per coinvolgere attivamente lo spettatore in una riflessione sul tempo. In esposizione opere di grandi dimensioni come “Composizione n. 14”, “Terra”, “Sedia Elettrica con Farfalle”, opere che dialogano con la storia dell’arte (da Vermeer a Warhol) e una serie di nature morte dai temi iconografici della vanitas (vanità), e del memento mori (ricordati devi morire), allegorie della lotta dell’essere umano con il tiranno Cronos che metaforicamente illustrano in maniera partecipata le debolezze umane.

Un percorso che mette in evidenza come Bertozzi & Casoni, presenti in alcune delle più importanti collezioni internazionali, siano universalmente riconosciuti come coloro che hanno saputo armonizzare i due aspetti contrapposti del panorama artistico, la capacità di sapere sintetizzare armonicamente la progettazione concettuale e l’elevata perizia tecnica manuale.

Al termine della visita, lo spettatore esce con la percezione che, nonostante i tempi difficili in cui viviamo, l’arte e la bellezza ancora una volta ci salveranno o almeno riscatteranno la nostra dimensione effimera.

L’approccio al processo creativo di Bertozzi & Casoni – spiegano Mauro Daniele Lucchesi e Alessandro Romanini – si caratterizza da sempre per un’attitudine etica che vede la produzione scultorea come una traduzione in forma plastica di riflessioni di carattere esistenziale e filosofico, con lo scopo di coinvolgere in maniera partecipativa lo spettatore. Un lavoro che viene portato avanti sperimentando senza sosta ipotesi di dialogo fra le due dimensioni, quella spaziale e quella temporale – concludono i due curatori -, trovando formule proficue che hanno fatto progredire i linguaggi dell’espressione e della creatività”. In questo contesto si inserisce la loro partecipazione al festival Sophia dedicato alla celebrazione del pensiero filosofico, che si terrà a Pietrasanta nel periodo della mostra.

La mostra “Bertozzi & Casoni. Tempo” sarà aperta ad ingresso libero nella chiesa e nel chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta (Lu) dal 17 ottobre al 7 febbraio 2021 con i seguenti orari: dal martedì al venerdì dalle ore 16 alle 19, sabato e domenica dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle ore 19.

Info: Centro Culturale Luigi Russo, Pietrasanta tel. 0584795500, http://www.museodeibozzetti.it ,
Associazione Quattro Coronati, tel. 3791855725,
e-mail: a.q.coronati@gmail.com

presentazione degli atti del convegno “Galileo Chini e il Liberty nell’Aretino”

Venerdì 25 settembre 2020, alle ore 17, la piazzetta della chiesa di Santa Maria della Visitazione , in via Arcipretura a Subbiano (AR) , ospita la presentazione del volume che accoglie gli atti del convegno “Galileo Chini e il Liberty nell’Aretino” , promosso il 14 aprile 2018 dall’associazione culturale La Cornucopia nell’Archivio di Stato di Arezzo.locandina Galileo Chini e il Liberty nell'Aretino

L’incontro propose un’ampia e aggiornata ricognizione sull’intensa attività di Galileo Chini e la sua officina per l’intero territorio provinciale di Arezzo, con un approfondimento sull’intervento chiniano nella cappella funeraria del poeta Orazio Lapini del cimitero subbianese.

Il libro, curato da Giulio Locatelli e stampato dalla tipografia del Consiglio regionale della Toscana, contiene i contributi di Andrea Andanti, Giuliano Centrodi, Michele Loffredo, Claudio Saviotti e Michele Tocchi.

L’appuntamento con gli autori del volume sarà presentato e moderato dal giornalista culturale Marco Botti, alla presenza del sindaco di Subbiano Ilaria Mattesini e dell’assessore alla cultura Paolo Domini.

L’iniziativa è patrocinata da Consiglio regionale della Toscana, Provincia di Arezzo, Comune di Subbiano e Archivio di Stato di Arezzo.

La fotografia Pittorico Analogica di Aldo Basili

Dal 27 settembre al 10 ottobre 2020 presso Galleria “Immagini Spazio Arte” di Cremona si terrà la mostra personale ” La fotografia Pittorico Analogica di Aldo Basili“, con la presentazione critica del Prof. Gianluigi Guarneri.
La fotografia Pittorico Analogica di” Le immagini di Aldo Basili vibrano come ricordi mutevoli e infiniti, ondeggiano dinamicamente tra sinuose trasparenze e sfumate profondità spaziali evocando le profondità sconosciute delle tonalità. Sintesi di ombre e luci dilatano le atmosfere rarefatte del paesaggio dai colori nitidi e cangianti trovando nel movimento l’equilibrio delle forme. Venezia, Torino, i paesaggi si illuminano di sfavillanti contrasti dai trasfigurati e vaporosi riflessi di onirica e silente intensità. Sublimi rimandi percettivi appaiono sospesi in una silenziosa e dilatata dimensione di frame espressivi che veleggiano sopra vibratili sinuosità modulate dalla luce.
La materia sensibile evapora in idilliache metamorfosi tonali sottese in una dimensione atemporale dove forme evanescenti e simboliche trasfigurano lo spazio in frammentazioni cosmiche di rara intensità ideativa. Intrecci del vissuto, memorie lontane, dalla consistenza diafana ed immateriale, fluttuano nell’atmosfera generando inesplorate e rarefatte luminescenze. Tra sogno e realtà le immagini digitali dell’artista sublimano in una sfuggente e irraggiungibile estensione dell’anima dalle inquiete valenze percettive.” – Prof. Gianluigi Guarneri
La fotografia Pittorico Analogica di Aldo Basili
Inaugurazione domenica 27 settembre 2020 alle ore 17.30
Dal 27 settembre al 10 ottobre 2020
La mostra resterà aperta dal martedi alla domenica dalle 16 alle 18.30.
Galleria “Immagini Spazio Arte” Via Beltrami 9/b, 26100 Cremona. +44 7729 783719 – info@arteimmagini.it

1910-1940: la rivoluzione silenziosa dell’arte in Veneto, da Gino Rossi, a Guidi e de Pisis

Dal 12 settembre 2020 al 27 dicembre 2020 si terrà a Villa Ancilotto di Crocetta del Montello (TV) la mostra “1910-1940: la rivoluzione silenziosa dell’arte in Veneto, da Gino Rossi, a Guidi e de Pisis”, a cura di Antonella Alban e Giovanni Granzotto con la collaborazione di Stefano Cecchetto.

Filippo De Pisis, Cortina, 1947, olio su tela cm 77×58

L’esposizione è la prima tappa di un più ampio percorso espositivo promosso dal Comune di Crocetta del Montello che, nel corso del triennio 2020-2022, vuole raccontare l’importanza della pittura veneta nell’evoluzione dell’arte italiana, partendo dagli albori del secolo scorso fino al Duemila. Questo contributo infatti, è stato determinante nel secolo scorso, nel secolo breve, perché sviluppatosi attraverso il continuo confronto fra una roccaforte della tradizione artistica e pittorica quale era l’Accademia di Venezia, una delle più importanti Accademie del mondo, e la Biennale delle Arti; questa, invece, il punto di incontro e allo stesso tempo il palcoscenico per tutte le nuove avventure artistiche.
Questa prima mostra pone l’attenzione sul contributo dato al progredire dell’arte veneta e italiana da Gino Rossi, dagli artisti della Scuola di Burano e da altri Maestri, fra cui principalmente Virgilio Guidi e Filippo De Pisis.
Negli spazi della prestigiosa Villa Ancilotto, già sede dell’odierna Biblioteca civica e del Museo di Storia Naturale, il percorso espositivo si articolerà intorno a un nucleo centrale di dipinti degli anni dieci e venti, con gli artisti legati all’esperienza della Scuola di Burano, in particolar modo Gino Rossi, Umberto Moggioli e Pio Semeghini; pittori che trasportarono in questo solitario e protetto lembo della laguna, le atmosfere un po’ magiche dei Nabis e le accese tavolozze dei Fauves, ma sempre mitigate e addolcite dalla luce veneziana. Quindi si aggiungerà un consistente corpus di opere, eseguite negli anni venti e trenta, di Filippo de Pisis e Virgilio Guidi e una selezione di lavori di un altro genio della felice stagione a Burano, Arturo Martini. A completare una stupenda cavalcata nell’arte fra le 2 guerre, ecco le opere di Cagnaccio di San Pietro, Guido Cadorin, Teodoro Wolf-Ferrari, Felice Carena, Fiorenzo Tomea, Nino Springolo ed altri ancora, in un costante confronto fra la grande tradizione della pittura veneta e i gli stimoli e gli annunci più avanzati della modernità, sospinti dai venti della Secessione viennese, dell’Espressionismo, del Futurismo e della Metafisica.


A completare l’esposizione, una selezione di opere di fine Ottocento di esponenti di spicco della pittura veneta -Guglielmo Ciardi (il vero fondatore della pittura moderna di paesaggio), Pietro Fragiacomo, Luigi Nono, Giacomo Favretto, Ettore Tito, Luigi Cima) che racconterà il contesto in cui si sono sviluppate le istanze pittoriche di Gino Rossi e degli altri Maestri.

Il ciclo di mostre “La rivoluzione silenziosa dell’arte in Veneto” proseguirà poi nel 2021 con la seconda esposizione “1940-1970: da Music a Deluigi e Tancredi” per concludersi nel 2022 con “1970-2000: da Vedova a Santomaso”.

Sede espositiva
Villa Ancilotto,
Via Erizzo, 133, Nogare’ TV

Orari
Martedì – Domenica
9.00 – 12.30 ; 15.00 – 18.00
Biglietti d’ingresso
Intero 4,50 euro
Ridotto 3 euro

Per info:
http://www.artdolomites.it
info@artdolomites.it
Artdolomites
Tel. 335 70 67 251

Comune Crocetta Ass.to alla cultura
Tel. 0423 66 66 20

Ufficio stampa
Spaini&Partners
050 35639
T. 349 8765866
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guido.spaini@spaini.it

Fernando De Filippi – Arte

Arte come processo di riflessione, dinamica di indagine, spazio di condivisione per comunità, contesto in cui interagire e immaginare nuovi possibili forme di futuro. La ricerca dell’artista Fernando De Filippi rivela queste sintomatiche relazioni con il lavoro che il Polo biblio-museale di Lecce ha avviato e sta portando avanti attraverso mostre (pensiamo a quelle su Ezechiele Leandro e Edoardo De Candia), momenti corali di riflessione e workshop con artisti della contemporaneità

In occasione dei suoi ottant’anni il Museo Castromediano gli dedica una mostra antologica promossa da Regione Puglia – assessorato all’industria turistica e culturale, Polo biblio-museale di Lecce, Teatro Pubblico Pugliese e con il patrocinio del Comune di Lecce e dell’Accademia di Belle Arti di Lecce, che si inserisce anche nell’alveo del protocollo d’intesa firmato alcuni mesi fa in merito alla valorizzazione e alla messa in rete dei musei e degli spazi espositivi della città. Le grandi sale della Pinacoteca del Museo Castromediano accolgono così la lunga ricerca di un maestro dell’arte contemporanea, nato a Lecce nel 1940 e di stanza a Milano sin dal 1959, con alle spalle un’intensa storia di ricerca, militanza culturale e una prestigiosa attività espositiva, che l’ha visto esporre le proprie opere alla Biennale di Venezia, a Palazzo Reale di Milano e in alcuni importanti musei nazionali e internazionali sin dagli anni Sessanta.

La mostra, suddivisa in specifiche sezioni, analizza in maniera sistematica la sua indagine sin dai primi anni Sessanta, attraverso le opere legate a un personale impegno politico e sociale, declinato mediante iconografie legate alla Pop-Art, ma assolutamente autonome rispetto alle istanze americane, per poi giungere, attraverso l’analisi dell’iconografia di Lenin, alle performance, alle scritte sulla sabbia legate agli scritti teorici di Marx e poi, dagli anni Ottanta, alla mitologia e alla costruzione di un immaginario in cui l’iconografia dell’albero assume una determinata centralità. Si approda poi agli anni Duemila, con le opere realizzate con l’ausilio delle nuove tecnologie, in cui il fuoco e la riflessione sull’alchimia evidenziano particolari visioni. In mostra anche documenti e materiali legati alla sua storia d’artista e intellettuale e una video-intervista inedita con l’artista.

Nel percorso ormai sessantennale di Fernando De Filippi è possibile rileggere in filigrana i principali momenti del dibattito artistico internazionale dalla seconda metà del ‘900 ad oggi. Lui c’è sempre, senza pause, testimone e primo attore. C’è nella lucida consapevolezza dei passaggi della storia, nelle scelte di campo e nella riflessione sulla natura dell’arte, nell’utilizzazione consapevole di situazioni, immagini, simboli, mitologie del nostro tempo. C’è nel sapiente possesso dei linguaggi e degli strumenti del fare arte, dal passato al presente tecnologico: è pittore scultore grafico, pratica installazione e fotografia, attraversa un’importante fase comportamentale con azioni d’impronta politico-ideologica e concettuali (e relative derivazioni filmico-fotografiche), ritorna ancora alla pittura, ma per il tramite di elaborazioni digitali. Si delinea così il profilo esemplare di una ricerca caratterizzata da una rigorosa e insieme flessibile visione mentale e analitica che tuttavia non rinuncia alla “poesia”, sia pure in una forma priva di ogni ingenuità o lirismo, nata dalla stessa esigenza di riflessione, inesauribile nel suo proporsi. Il tema della memoria, come meccanismo sovratemporale che ricuce gli eventi del tempo in una ricostruzione personale che subito si confronta e si apre alla dimensione storica e sociale, attraversa – con maggiore o minore intensità – tutte le stagioni di questo percorso: in un continuo andirivieni tra passato (non solo personale, ma universalmente mitico) e presente (come storia e ideologia), tra atemporalità dell’arte e tempo storico.
La mostra, coordinata da Luigi De Luca e curata da Brizia Minerva e Lorenzo Madaro, fa quindi il punto su tutta la sua indagine, come rivela anche il catalogo, edito da Prearo, che accoglie anche un denso apparato iconografico e testi dei curatori.

Ricerca e divulgazione, prossimità e sguardo aperto sul mondo, narrazione e, soprattutto, comunità: sono state queste le linee guida della nostra programmazione espositiva, che in questi anni ha visto il Polo biblio-museale di Lecce impegnarsi in maniera sistematica con dei focus sui maestri dell’arte contemporanea che dalla Puglia hanno varcato i confini con un respiro nazionale e internazionale. Oggi con Fernando De Filippi indaghiamo un altro campo: il maestro ha una lunga storia da intellettuale militante, sin da quando – giovanissimo – ha lasciato Lecce per Milano, città che l’ha accolto con entusiasmo e progettualità. Pieno di energie, brillante, talentuoso, bravissimo disegnatore: il giovane Fernando da studente dell’Accademia di Brera è poi diventato, dopo anni di impegno nella docenza, direttore della prestigiosa istituzione, forse la più importante accademia italiana”, commenta Loredana Capone, assessore all’industria turistica e culturale della Regione Puglia.

Per Luigi De Luca, direttore del Polo biblio-museale di Lecce, “La mostra che ospitiamo al Castromediano vuole dimostrare come De Filippi non abbia mai derogato in tutta la sua lunga e feconda carriera alla responsabilità della scelta, sia come uomo che come artista. Anche quando l’ideologia si affievolisce, la politica delega alla società dello spettacolo e all’industria della cultura i suoi ideali e i sogni di cambiamento, e le onde del mare cancellano le parole dei sacri testi di Marx impresse sulla sabbia, l’arte si riduce a slogan e la resa alla società dei consumi appare definitiva, anche quando tutto sembra perduto, De Filippi ci indica una via: quella di un’arte come ricomposizione dell’unità della vita”.

Fernando De Filippi è uno di quei leccesi che tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha dovuto lasciare la città per cercare un suo spazio a Milano, che lo ha accolto con entusiasmo, dandogli grandi opportunità – commenta Carlo Salvemini, sindaco di Lecce. È stato docente e poi a lungo direttore dell’Accademia di Brera e come artista ha esposto nei maggiori musei e nelle più interessanti gallerie d’arte. Ma il suo legame con il territorio non si è mai interrotto, continuando a tornare periodicamente e molte mostre hanno ribadito tale rapporto ancestrale. Questa, per la prima volta, ci consente di compiere una panoramica tra oltre cinquant’anni di lavoro, evidenziando i caratteri peculiari di un artista che ha saputo attraversare in modo significativo e con autonomia la vita culturale del paese”.

Fernando De Filippi – Arte
Dal 02/09/2020 – al 02/10/2020
Museo Provinciale Sigismondo Castromediano
Viale Gallipoli 28 – Lecce

Spoleto Festival dei Due Mondi 2020

A Spoleto da quest’oggi al 30/08/2020 si svolgerà la 63A edizione del Festival dei Due Mondi : Otto serate straordinarie in Piazza Duomo e al Teatro Romano, con artisti italiani di rilievo internazionale: Roberto Abbado, Andrea Battistoni, Monica Bellucci, Roberto Capucci, Silvia Colasanti, Emma Dante, Ottavio Dantone, Rosa Feola, Isabella Ferrari, Riccardo Muti, Pier Luigi Pizzi, Beatrice Rana, Luca Zingaretti. Un’edizione speciale, studiata per poter garantire la sicurezza di tutti, oltre che, naturalmente, la qualità artistica e l’eccellenza che contraddistinguono la manifestazione. Il Festival, originariamente previsto nel periodo giugno / luglio, è stato posticipato a causa dell’emergenza sanitaria Tuttavia, grazie all’impegno organizzativo e alla collaborazione costante con le autorità competenti, il Festival potrà svolgersi nei due ultimi fine settimana di agosto, negli splendidi palcoscenici all’aperto di Piazza Duomo e del Teatro Romano.

Romarama il Mattatoio

Nell’ambito del programma di Romarama il Mattatoio accoglie due installazioni di artisti contemporanei: Gaia di Luke Jerram (UK) – dal 29 luglio al 3 agosto, posizionata all’aperto, nel centro del complesso del Mattatoio – e Thirst di Voldemārs Johansons (Lettonia) – dal 31 luglio al 16 agosto, allestita in uno dei teatri all’interno de La Pelanda

80109_Gaia di Luke Jerram_ veduta dell'installazione presso W5, Belfast, 2019

La vocazione del Mattatoio, definita negli obiettivi dell’Azienda Speciale Palaexpo, è quella di un luogo di ricerca, formazione, produzione e presentazione delle pratiche legate alle arti performative, nell’ottica dello scambio interdisciplinare fra i diversi linguaggi della performance – arti visive, danza, musica, teatro.

Sede del Master PACS (Arti Performative e Spazi Comunitari) – percorso formativo di eccellenza organizzato da Palaexpo con il Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre, che prevede una serie di appuntamenti pubblici, iniziati a febbraio e sospesi a causa dell’emergenza sanitaria – il Mattatoio, nel corso di questa estate propone una ricca programmazione che mette la performance in relazione con la dimensione espositiva e installativa, e sviluppa attorno a essa eventi, occasioni di confronto e laboratori per bambini.

Come già comunicato, dal 23 luglio il Padiglione 9b ospita la mostra La sottigliezza delle cose elevate di Andrea Galvani – primo appuntamento del nuovo progetto Dispositivi Sensibili a cura di Angel Moya Garcia.

Fino a fine agosto, invece, proseguono all’interno degli spazi de La Pelanda le residenze artistiche di ricerca e produzione di Prender-si cura.

Alla fine di luglio il Mattatoio si apre a due nuovi interventi, pensati per riprendere confidenza e possesso dello spazio pubblico, riflettendo al tempo stesso sulla complessità del presente; due opere che, con linguaggi diversi, ci parlano della condizione dell’essere umano nella sua relazione con l’ambiente, in un momento forse unico di riflessione e consapevolezza condivisa a livello globale.

L’allestimento di Gaia di Luke Jerram consentirà al pubblico, per la prima volta dopo anni, di attraversare, anche con lo sguardo, il grande viale centrale che collega il Lungotevere e il Ponte Testaccio con Piazza Orazio Giustiniani.

Gaia di Jerram è una riproduzione fedele del pianeta visto dalla Luna: misura sette metri di diametro e la sua superficie è stata creata attraverso la combinazione di immagini ad alta definizione fornite dalla Nasa.

Gaia oggi appare a tutti noi, e non solo alle minoranze sensibili alle questioni ecologiche o climatiche, un luogo comune, uno spazio enorme e complesso, uno spazio interconnesso, in cui ciascuno sta facendo esperienza delle medesime cose da punti di vista e situazioni diverse. Nell’immaginario contemporaneo questo oggetto, che da lontano sembra una pallina di marmo blu venata di bianco, è l’immagine stessa della bellezza, ma anche della fragilità, del rischio di trasformazioni irreversibili e catastrofiche in quanto totali, è uno dei tanti pianeti ma l’unico ‘mondo’ che dobbiamo preservare e abitare creando alleanze che superino l’umano”, afferma la curatrice Ilaria Mancia.

Seguendo le indicazioni del suo stesso autore, Gaia diventerà uno spazio di attivazione e di espressione per altri artisti e pensatori. Il programma prevede – dal 29 luglio al 3 agosto – l’intervento di ospiti che condivideranno fisicamente e idealmente questo contesto creativo di confronto e di scambio, in un gioco di contaminazioni tra momenti performativi, incontri su tematiche ambientali e mitologiche, concerti, laboratori per bambini. Tra gli ospiti il musicista Davide “Boosta” Dileo, il coreografo Alessandro Sciarroni, la scrittrice e giornalista Loredana Lipperini, la formazione artistica Kinkaleri, il filosofo Leonardo Caffo, la dj e producer Deena Abdelwahed, i ricercatori Sara Gainsforth e Giacomo Maria Salerno, la cantante Ginevra di Marco, il filosofo Emanuele Coccia, insieme ai laboratori per bambini condotti dal Laboratorio d’arte di Palazzo delle Esposizioni e allo spettacolo per bambini della Compagnia I Sacchi di Sabbia / Teatro delle Briciole.

Thirst di Voldemārs Johansons è una video-installazione immersiva di un mare in tempesta che ci pone di fronte a una classica opposizione dialettica fra la contemplazione della potenza della natura, con il suo carico di fascino, e l’esperienza diretta, e quindi il rischio che ci potrebbe toccare o addirittura investire. Prosegue la curatrice: “Da una parte c’è il sublime – poter vedere qualcosa di terrificante stando al sicuro – dall’altra c’è il terrore rispetto a forze preponderanti e incontrollabili. Si dice che William Turner – che era un vero specialista di tempeste – nell’ansia, tipicamente romantica, di riuscire a “stare dentro” il sublime, a farlo proprio, si facesse legare all’albero maestro di navi che affrontavano il mare in burrasca. Forse la storia è inventata, ma è certo che i suoi quadri, che sono una delle fonti ispiratrici del lavoro dell’artista lettone, non sembrano mai visioni distaccate e rassicuranti. La tempesta ci travolge ma da un punto di vista in cui possiamo osservarla, abbandonandoci a una condizione impossibile e, allo stesso tempo, seducente.

“Sopravvivere su un pianeta infetto” (Donna Haraway) è possibile grazie alle alleanze con gli altri esseri viventi e grazie a tutto ciò che accade indipendentemente dalle azioni umane ma forse è possibile anche grazie alle opere d’arte, alla loro capacità di accompagnare la bellezza alla riflessione critica, il piacere all’elaborazione del trauma. Ci poniamo come osservatori a contemplare i fenomeni naturali, siamo spinti da un desiderio di “comprensione” che possa portare a stabilire con questi una relazione, per sentire responsabilmente che, come le piante, siamo fatti d’acqua e poggiamo a terra le nostre vite insieme alle altre creature.

Le installazioni e tutti gli eventi collaterali fanno parte di Romarama, il nuovo programma culturale di Roma Capitale.

La terra (ri)trovata di Giuliano Censini

Dal 26 luglio al 2 settembre 2020 il Museo Comunale di Lucignano, in Piazza del Tribunale 22, ospita “La terra (ri)trovata”, personale di pittura di Giuliano Censini. L’inaugurazione si svolgerà domenica 26 luglio, dalle ore 17, alla presenza delle autorità regionali e locali.
La mostra, patrocinata dalla Regione Toscana e dal Comune di Lucignano, con il contributo de La Ferroviaria Italiana, verrà introdotta da Cristina Castelli e sarà visitabile negli orari di apertura del museo.

Giuliano_Censini

Il Museo Comunale di Lucignano riapre le sue porte all’arte contemporanea ospitando la mostra di uno dei principali pittori toscani della sua generazione, Giuliano Censini. In esposizione una ventina di opere eseguite con tecnica mista, in parte inedite, che dialogano con il prezioso patrimonio artistico lucignanese.
Il titolo della personale è già esplicativo. “Sono nato da una famiglia di contadini e nei primi anni di vita ho vissuto nella storica fattoria La Fratta di Sinalunga – racconta Censini – Di quel mondo ricordo poco, perché negli anni Cinquanta il miraggio della nascente industria portava le grandi famiglie chianine a smembrarsi e abbandonare la campagna. Fino agli anni Ottanta c’è stato quasi un rifiuto per la civiltà contadina. Oggi, per fortuna, grazie a una nuova consapevolezza, si è tornati a recuperare il mondo rurale e le tradizioni, anche in ottica turistica e culturale”.
Censini quel mondo lo ha vissuto soprattutto grazie ai racconti dei nonni e dei genitori, quindi di riflesso, ma l’esigenza di riappropriarsi dei suoi luoghi ha dato l’incipit per la mostra in uno dei borghi più belli d’Italia.

Fin dagli anni Novanta la pittura dell’artista toscano tende a esaltare, in un intimo percorso, i segni di una terra miracolosamente plasmata dalla natura e dalla mano umana. Un dialogo proiettato a celebrare il ritmo del tempo dove l’uomo idealizza il suo domani.
Esaminando il linguaggio informale e materico di Censini pare di vedere i terreni coltivati, l’aratura dei campi come se fossero graffiti che segnano la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, la valle segnata dalle stagioni o dai momenti della giornata, che ne cambiano sfumature e luce. In alcune opere tornano più marcati i colori tipici della cifra stilistica censiniana. Possiamo così osservare la passionalità del rosso, la spiritualità dell’azzurro ed infine l’oro, cuore alchemico delle composizioni, attorno al quale convogliano in maniera più complessa materia e cromie, che vanno man mano sfumando mentre ci si allontana dalla parte centrale del quadro.
Altro elemento peculiare è la parte superiore dell’opera più scura, che degrada d’intensità mentre si scende, a simboleggiare le memorie e il vissuto consolidati che si confrontano sia con un presente transitorio e in evoluzione, sia con un futuro ancora da svelare.

Giuliano Censini nasce a Sinalunga (SI) nel 1951, ma vive e opera a Torrita di Siena (SI). Dopo essersi diplomato all’Istituto d’arte “Piero della Francesca” di Arezzo, frequenta i corsi della facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze e consegue l’abilitazione per l’insegnamento di discipline artistiche e storia dell’arte. Inizia a dipingere fin da giovanissimo. Le prime mostre e i primi concorsi risalgono infatti alla fine degli anni Sessanta.
Dal 1973 al 2010 è docente di Design e Progettazione dell’oreficeria negli Istituti d’arte di Macerata, Pistoia, e per oltre trent’anni, all’Istituto d’arte di Arezzo. Dal 1975 al 1977 frequenta, sotto la guida di Remo Brindisi, i corsi di disegno all’Accademia di Belle Arti di Macerata e, da quegli anni, inizia a partecipare attivamente alla vita artistica italiana esponendo in mostre personali, collettive e rassegne.

Gli anni Ottanta e Novanta sono caratterizzati da soggiorni-studio nelle principali capitali europee dove studia e approfondisce le varie correnti artistiche. Grazie a queste esperienze, Censini arricchisce la sua tavolozza, maturando nuove espressioni e tecniche che lo fanno conoscere a livello internazionale.
Nel corso degli anni, Censini, oltre ad aver progettato varie opere pubbliche di carattere pittorico e scultoreo, collocate in contesti civili e religiosi, ha esposto in numerose mostre collettive e rassegne sia in Italia sia all’estero. Autorevoli storici e critici d’arte si sono interessati alla sua attività artistica. Le sue opere si trovano esposte in musei, enti e amministrazioni pubbliche, ma anche in collezioni private di tutto il mondo.

Segnalato da Marco Botti
marco.botti9@gmail.com

Giada Maccioni e Il suon di Lei

Phos Centro Fotografia Torino ( Via Giambattista Vico 1) presenta dal 6 luglio al 6 agosto la mostra personale di fotografia di Giada Maccioni “Il suon di Lei”.

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“Il suon di Lei” nasce dall’ascolto della montagna: questo simbolo per eccellenza di misticismo e sacralità è oggi sempre più deturpato e “accessibile”. Le sue strade sono sempre più spesso piene di rifiuti, contaminate dal passaggio umano.

Da qui la necessità di ascoltare: l’ascolto parte dall’osservazione di un paesaggio modificato, che chiede di essere udito. Un paesaggio nato come sede del divino e appello ad un cammino interiore, ora trasformato

Questo suono, contemporaneo e urgente, emerge silenzioso tramite un’immagine fotografica positiva, che non vuole mostrarne il deturpamento, ma ricordarne l’essenza e lo spirito. Un’immagine – influenzata dal lavoro di Nicolaj Roerich – che vuole risacralizzare, proteggere un paesaggio rimasto immutato per millenni e che ora, con la modernità, rischia di essere perso per sempre.

Un ricordo lontano, mitologico, che vuole dirci di rallentare e accontentarci, di accettarci come esseri umani, di rispettare le stagioni della vita, le sue nuvole e le sue piogge. Vuole dirci di accogliere le albe e gli inverni, di aspettare senza fretta la primavera, di osservare i colori e perdervisi senza desiderio di possesso, senza pretese e forzature. Per ascoltare un suono – presente e vivo – che ci parla ogni giorno, che ci protegge e ci cura.

Le fotografie dialogano con le poesie, realizzate per questo progetto dalla scrittrice Maria Elena Tripaldi. I testi portano la “voce del Nord” tra le vie di Torino.

Lentezza, osservazione, ascolto, comprensione: se vogliamo curare l’equilibrio ambientale dobbiamo ascoltare questa “donna sempre più sola” – la montagna – e rispettarla nelle sue sfumature, nei suoi canti, nella sua bellezza.

Osserviamo questi paesaggi e ascoltiamoli, accettiamoli: comprendiamoli nella loro profondità. Non sfuggiamo un rumore, ma abbracciamo un suono. Non aggrediamo il paesaggio, ma rispettiamolo per quello che è.

Le fotografie mostrano la bellezza della montagna, che si rivela anche nella narrazione poetica; i testi, metaforici ed ermetici, accompagnano il viaggio, accennando alle intenzioni.

Il percorso che si viene a creare conduce ad una presa di coscienza della differenza tra ciò che è e ciò che potrebbe non più essere.

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